martedì 28 settembre 2010

“Un cinese a Venezia”

 “Di città con canali e ponti, come Venezia, ne esistono altre. Ma per me, di tutti questi luoghi solo Venezia possiede il mistero che è proprio della sontuosità, ed anche se lo sfarzo ha subito la corruzione del tempo, proprio questo la rende ancor più misteriosa. Di giorno, invasa dalla marea dei turisti, la città sembra ostentare indifferenza nei confronti della gente che si guarda attorno. Soltanto di notte, dopo che la marea umana si è ritirata, camminando da soli per le calli, si percepiscono dei sussurri, dei sospiri negli angoli. I gatti scivolano via come ombre, o restano immobili. Le barche attraccate lungo i canali sbattono l’una contro l’altra: sembra il rumore di un litigio che si protrae sin dall’antichità. Alle quattro del mattino, i manichini nelle vetrine delle strade piene di negozi aspettano sorridendo che tu sia passato per rimettersi a chiacchierare. Una volta sono rimasto apposta seduto sulla sedia di un caffè, e loro hanno aspettato pazientemente: il loro segreto non può essere rivelato agli estranei.
A un tratto il cielo si è schiarito, in lontananza si è sentito il rumore di una porta che si apriva e subito dopo il suono di passi di un veneziano mattiniero. Doveva essere una donna, solo i tacchi alti di una donna possono produrre in una calle un suono simile agli spari di una pistola Browning. In effetti, Venezia si potrebbe anche paragonare alla città di Yangzhou” (Acheng, “Diario veneziano”, Theoria 1994, pp. 67-69).


“Abbiamo raggiunto Venezia in motoscafo, dalla superficie dell’acqua spuntavano molti pali di legno. Il cielo era leggermente coperto e tutto appariva di un grigio luminoso” (ibid., p. 12).
 

 Fonte: “Atlante dei luoghi di sogno”, G. Mondadori 1996, p. 19 

 Fonte: “Venezia”, Touring Club editore 1978. 
Assieme a tutte le altre foto, che hanno questa
stessa fonte (**

(**) Dare un'occhiata a quest'Italia passata fa toccar con mano quanto si sia stati americanizzati, questo paese ha perso completamente se stesso... Tutto è sempre uguale, tutto è uniformizzato, la creatività è solo una parola, o lo strillare per attrarre attenzione...
A la Recherche de la creativité perdue ---

Ma torniamo a noi...  

“Gli italiani amano il caffè, che chiamano espresso. Lo si fa con una speciale macchinetta di metallo, se ne prende una tazzina cui si aggiunge latte e zucchero a seconda delle abitudini di ciascuno. Una volta l’ho assaggiato, senza metterci né latte né zucchero: volevo gustarne il sapore originale. Dopo averlo bevuto ho cominciato a sudare, tuttavia non mi sono dissetato. Sono rimasto sveglio tutta la notte” (ibid., pp. 27-28).



“Fra tutti i popoli europei, l’italiano è quello che ha le labbra della forma più caratteristica” (ibid., p. 35). 

“I piatti più difficili sono quelli di tutti i giorni” (p. 44).





“Il remo di una gondola in effetti si può considerare una sua ala” (p. 85).

“A Venezia non ci sono segnali per indicare che una calle è cieca. Una volta che l’hai imboccata quando ti trovi davanti un muro non puoi far altro che tornare indietro. E’ inutile arrabbiarsi o cercare di consolarsi. Ogni piccola calle di Venezia ha un suo carattere, misterioso, imprevedibile, ad esempio vi si può trovare uno spledindo portone, o attraverso un cancello si può scorgere uno stupendo cortile. Mi rammarico solo del fatto che alcune di quelle calli non sono più riuscito a ritrovarle. A volte, quando mi capita di ripassarci per caso, ho l’impressione di rivivere un vecchio amore. Bisognerebbe scrivere un saggio per ciascuna delle calli di Venezia” (ibid., p. 81). Direi che è il più bel complimento che abbia mai letto su Venezia, solo un cinese - Cina, paese d’acque – poteva farlo...







“Tornati a Venezia, il cielo era ancora chiaro. Il vaporetto percorreva il Canal Grande fiancheggiato dai suoi splendidi palazzi antichi. Sul ponte di Rialto avevano già acceso i lampioni, che mandavano una luce gialla. Anche il ponte dell’Accademia era illuminato. Le guglie delle chiese in lontananza rilucevano d’oro ai raggi del sole al tramonto. Ho camminato per le lisce calli. Giunto al portone, ho tirato fuori le chiavi e l’ho aperto. Attraverso il corridoio buio, solo la finestra diffondeva un pallido grigio. Ho girato l’interruttore della luce: il tavolo, le sedie, il letto sono emersi d’un tratto. Mi guardavano come per chiedermi dove fossi stato in quei due giorni. Per consolarli mi sono seduto al tavolo ed ho acceso il computer. Lo schermo si è illuminato ed è apparso il diario” (ibid., p. 115).





3 commenti:

  1. Non l' avevo mai visto questo post..E' SPLENDIDO...non aggiungo altro baci Lietta

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  2. Grazie del tuo commento. Ha qualcosa di impressionistico, sia nelle foto sia nello scritto...

    Mi ricorda questa musica sontuosa...
    http://www.youtube.com/watch?v=Lpn50Dh6vkU&feature=related

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